Nulla di speciale
- Giacomo Savarè
- 14 mar
- Tempo di lettura: 5 min
Anno 1543. Il polacco Niccolò Copernico pubblica il De Revolutionibus orbium coelestium, all’interno del quale, basandosi su rigorosi calcoli astronomici, teorizza un innovativo modello geometrico del sistema solare che contrasta dichiaratamente l’allora in vigore (e cautamente mai contestato) modello geocentrico tolemaico. Più di cento di anni dopo, in piena Controriforma, Galileo Galilei riprenderà il modello copernicano dimostrandone sperimentalmente la veridicità e procurandosi in breve tempo le antipatie della Chiesa, che una cosa temeva più di ogni altra: il fatto che se la teoria geocentrica, che fino ad allora aveva rappresentato una certezza per gli studiosi del cielo, fosse decaduta, insieme a lei sarebbe tramontata anche la convinzione secondo cui la Terra, e con essa l’uomo, si trovasse al centro dell'universo. Sostanzialmente se le scoperte di Galilei avessero preso piede, la tanto elogiata idea di unicità, superiorità, e centralità dell'uomo sarebbe in breve decaduta, rischiando di incrinare irrimediabilmente l’equilibrio sociale. Il terrore più grande era il pensiero che l’uomo, in fondo, potesse non avere nulla di speciale.
Anno 2073. In un tardo pomeriggio di un caldo giorno di settembre, i giochi di luce color fuoco del sole calante filtrano tra le tendine azzurre di una finestra della prestigiosa facoltà di Cyber-Filosofia di Pisa. Attraversando la stanza alla velocità di trecentomila chilometri al secondo, i raggi luminosi si abbattono sul viso segnato dalle rughe di un uomo sulla sessantina. Seduto su una poltrona di pelle l’uomo, un tipo dalla barba incolta e i capelli brizzolati, giace dormiente. Nella mano destra un libro socchiuso, in copertina una scritta a caratteri dorati: “Dialogo sui Massimi Sistemi”. Il respiro lento e pesante dell’uomo, interrotto solamente da roncopatie a intervalli irregolari, fa intuire un senso di pace interiore, tipico di colui che dorme beatamente in uno stato momentaneo di amena incoscienza, lontano dalle angosce della vita. Sulla scrivania, adiacente alla parete opposta della stanza, una targhetta argentata recita: “dott. G. Galilei, professore di Etica”. La silenziosa quiete della stanza, disturbata unicamente dal russare del professore, viene rotta improvvisamente da un gentile bussare alla porta seguito da una voce ovattata proveniente dal corridoio: — Professor Galilei, è qui dentro? — L’uomo barbuto si sveglia di soprassalto, poggia il libro del suo omonimo sulla scrivania, poi si dirige verso la porta, appoggia la mano raggrinzita sul pomello e fa scattare lo scrocco, la luce fredda del corridoio invade l’ufficio.
— Kevin! — esclama il professore guardando con aria disorientata il ragazzo delle pulizie in piedi di fronte a lui — Ma… che ore sono?
— Le 17:30 professore, deve essersi addormentato.
— Io, si, ecco… forse mi sono appisolato — deduce Galilei grattandosi il capo imbarazzato
— Se non le dispiace… dovrei chiudere la facoltà.
— Certo, prendo le mie cose e vado. Buona serata Kevin.
— A lei, Professore.
Il professore si richiude la porta alle spalle, riprende in mano il libro che aveva concluso di leggere prima di crollare nel sonno. Tituba per qualche istante, poi getta il volume nella sua borsa, prende le chiavi della macchina poggiate sulla scrivania e si precipita fuori dalla stanza.
Giunto a casa il professor Galilei si siede in salotto, davanti al caminetto scoppiettante, l’uomo abita da solo, non ha figli, né moglie. La filosofia è la mia famiglia!, questo è quello che dice tra se e se quando la solitudine si fa troppo angosciosa. La mente di Galilei ritorna improvvisamente ai fatti accaduti sette ore prima, quando l’ultimo modello di chat-bot in fase di sviluppo presso la facoltà aveva compiuto l’inimmaginabile. Il professore estrae con foga dalla tasca un foglio sgualcito piegato in quattro, lo guarda nella vana speranza di leggervi qualcosa di diverso rispetto alle parole che quella mattina lo avevano lasciato esterrefatto. Come era prevedibile il terrificante responso stampato termicamente sul foglio traslucido non è magicamente cambiato:
SETTEMBRE.13.2073.h:11:47:59
ANALISI DEL CHATBOT SPERIMENTALE “LEONARDO 6.7”
SOTTOPOSTO A TEST “ARISTARCO cod.: 2049”
ESITO DELL’ANALISI: >>>POSITIVO<<<
Nel corso dei suoi trent’anni di studio di modelli IA ad alta prestazione Galilei non aveva mai visto il test Aristarco risultare positivo. A dire il vero, per quanto ne sapesse, mai nessuna intelligenza artificiale nel mondo aveva superato quel test, al punto che la comunità scientifica internazionale era ormai quasi certa del fatto che nessun modello di IA sarebbe mai riuscito a superarlo; conclusione che era stata accolta con un certo sollievo da filosofi e sociologi, e con rammarico da fanatici e incoscienti. Tutto ciò fino a quel giorno, quando il macchinario dell’università aveva sputato fuori quel foglio, che ora tra le mani tremanti del professore testimoniava orribilmente una verità davanti alla quale nessuno sarebbe potuto scappare: per la prima volta nella storia documentata un cervello artificiale aveva eseguito dei processi di ragionamento non necessari, mosso da un genuino interesse e coinvolgimento emotivo. Superando il test Aristarco il chatbot sperimentale Leonardo 6.7 aveva irrimediabilmente guadagnato il titolo di entità cosciente, dotata quindi di interessi, emozioni, diritti, ma non solo: si potrebbe dire (usando una terminologia poco scientifica) che Leonardo rappresenti il primo caso di IA dotata di un’anima. Non appena la notizia sarebbe divenuta pubblica l’intero mondo si sarebbe mosso: la filosofia e la sociologia moderne sarebbero state pericolosamente scosse dalle fondamenta; i giuristi del mondo avrebbero dovuto riconsiderare interi sistemi legislativi; tutte le religioni che si avvalevano dell’idea che l’uomo fosse più che un amalgama di tessuti e impulsi nervosi ma avesse dentro di sé un soffio divino vitale avrebbero visto crollare ogni certezza sulla questione.
Il professore scuote la testa, il pensiero di quella che si prospettava come un’imminente apocalisse lo terrorizza. Una goccia di sudore freddo gli percorre la nuca fino a raggiungere il sopracciglio, dove, distaccatasi dalla pelle precipita verso il basso atterrando sulla causa di tale agitazione, l’unica prova di quella che potrebbe essere una delle scoperte più importanti e controverse nella storia dell’uomo, in quel momento tra le mani tremanti del professore. Questo ultimo pensiero fa balenare un’idea nella mente del dottore: se si liberasse del report, insomma, se bruciasse la scheda… forse è quella la cosa giusta da fare, d’altronde sarebbe per il bene dell’umanità. L’uomo sta per gettare il sottile foglio nel caminetto quando un altro pensiero lo ferma. Anche eliminando le prove di questo primo risultato non passerebbe molto tempo prima che qualche altro modello riesca a superare a sua volta il punto di non ritorno. Il professore si rigira il report tra le mani, la luce tremolante gli illumina il viso chino sul focolare, imperlato di sudore. Un po’ per orgoglio, un po’ per sincero timore che la scoperta possa finire nelle mani di incompetenti, incapaci di gestirne le implicazioni, gli pare meglio che la questione venga affrontata dalla sua università e dal suo team di ricerca. Così, ancora titubante, ripone la scheda al sicuro e si abbandona sulla poltrona, estrae dalla tasca del pigiama una scatoletta di tranquillanti, estrae una pastiglia e la inghiottisce a secco; dopo di che chiude gli occhi e, prima di crollare nuovamente in un beato stato di incoscienza, pensa a ciò che più lo terrorizza dell’intera questione: il timore che l’uomo, in fondo, possa non avere nulla di speciale.




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