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David Bowie: emblema di un’esistenza camaleontica

A dieci anni dalla sua scomparsa, David Bowie ancora resta una testimonianza indelebile nella discografia mondiale. Con una visione della musica più di tipo teatrale, egli ha affascinato intere generazioni di spettatori, ogni volta in un modo unico e spettacolare. Sì, perché menzionando Bowie, non si parla di identità precisa, quanto più di un processo creativo mutevole, in cui lui stesso si servì del suo corpo come un artista della propria tela. Attraverso il suo corpo egli espresse la componente più astratta e labile dell’intelletto umano: pensieri e idee. Lui stesso definì l’arte come una presenza costante, intrinseca al suo concetto di vivere. Cantante, attore, pittore e scultore, Bowie utilizzava come modello la sua immaginazione per plasmare personaggi e ambientazioni surreali, utopici, capaci di impressionare col singolo accenno di una nota. All’inizio della sua carriera, nei primi anni Sessanta, egli prese parte a diversi gruppi musicali giovanili, come i King Bees, i Manish Boys, i The buzz, pubblicando anche alcuni 45 giri, che purtroppo si dimostrarono dei fallimenti. Per l’artista la notorietà si presentò nel 1969, con l’uscita dell’album “Space Oddity”, secondo disco inciso da solista, per il cui nome prese ispirazione dall’ultimo capolavoro prodotto da Kubrik, “2001: A Space Odyssey”. Il decennio a seguire furono anni d’oro per la carriera Bowiana, caratterizzati da continue metamorfosi visibili nella sua immagine e nella sua espressione artistica.

In un primo periodo, tra il 1970 e 1973, Bowie si lasciò travolgere dall’essenza del glam rock, in un primo momento destando, con costumi femminili e trucco pronunciato, una grande acclamazione da parte dei giovani e un velo di disappunto da parte della critica, tanto da raggiungere la censura sulla copertina del suo terzo album (The Man Who Sold The World, 1970), a causa della presenza di una sua raffigurazione in vesti femminili.

Seguì il rilascio di Hunky Dory (1971), ascesa verso il successo grazie alla presenza di brani come “Changes” o “Life on Mars?”, testo di denuncia verso la società di quegli anni. La svolta la si ebbe nel 1972, con la pubblicazione di “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”, emblema di tutta la sua carriera discografica: con celebri brani come “Starman” e “Ziggy Stardust”, diede vita ad uno dei suoi più noti alter ego: Ziggy Stardust. Alieno dalle fisionomie androgine e dal “mullet” fiammeggiante, Ziggy Stardust aveva una funzione precisa per il cantante: riuscire a esprimere un frammento della sua personalità senza sentirsi condizionato dal sesso del personaggio. I vestiti dalle forme inusuali e alle volte provocatori, tipici di molti artisti di quegli anni, fecero scaturire in secondo luogo una nuova ventata di scandalo mescolato ad attrazione, che fecero molto discutere sulla sua persona e di conseguenza sulla sua musica. Un secondo obbiettivo era stato raggiunto: continuare a mantenere l’attenzione del pubblico sulle sue creazioni. Questa sua nuova immagine continuò imperterrita anche nell’album seguente, “Aladdin sane”, (1973) che segnò anche la conclusione di questa sua tappa espressiva.

Le successive due uscite, “Diamond Dogs” (1974) e “Young Americans” (1975), furono definite dallo stesso Bowie come dischi transitori, che avrebbero portato alla nascita di una sua nuova identità, quella del “Duca Bianco”. Essa si presentò l’anno successivo, nel 1976, con il rilascio di “Station to Station”, album che segnò un nuovo inizio per la sperimentazione dell’artista, unendo la musicalità tipica dei suoi componimenti passati a quella elettrica di band berlinesi come i Kraftwerk e i Neu!. La glacialità degli accordi tedeschi incise molto sulla creazione della sua nuova immagine, rendendo anch’essa più elegante e fredda.

Tanto fu l’interesse nel voler scoprire questa musica che decise di trasferirsi in quella stessa città che tanto lo aveva impressionato.

La permanenza del “Duca” a Berlino Ovest, avvenuta tra il 1976 e il 1979, fu una panacea per la sua creatività. Egli infatti prese spunto dalla condizione di degrado e malcontento presente nella città e li fuse insieme alla musicalità dei componimenti di quel luogo. Aggiungendo il suo marchio di fabbrica, egli diede vita alla cosiddetta “Trilogia berlinese”, composta dalle tre sue opere “Low”, “Heroes” e “Lodger”.

Nel 1977 incise “Low”, un mix perfetto tra sonorità ambient e dell’elettronica, con ampio uso del sintetizzatore, e fece da spartiacque per uno dei suoi più grandi capolavori, “Heroes”.

In questa sua creazione, Bowie alternò brani dai toni cupi e ampiamente basati sulla parte strumentale, a canzoni più melodiche, prima fra tutte la stessa “Heroes”, divenuto successivamente inno di speranza per la popolazione di Berlino Ovest e di Berlino Est.

Con l’avvento degli anni Ottanta, David Bowie continuò a sorprendere il pubblico con pubblicazioni come “Ashes To Ashes”, più incline al genere funk, e “Let’s Dance”, tratta dall’omonimo album e più tendente al genere pop/rock. Negli anni successivi Bowie non smise di realizzare dischi, spaziando e sperimentando tra i generi più disparati, anche se risultando meno acclamati rispetto ai precedenti. La musica infatti, come l’arte stessa, era una presenza tassativa nel suo quotidiano, poiché attraverso essa poteva esprimere frammenti della sua identità. Ogni alter ego, brano, melodia, erano componenti connaturate della sua figura, e testimonianze di come essa cangiasse nel tempo. Tanto era importante per lui la musica, che, nonostante la malattia, decise di comporre, poco prima della sua scomparsa, un suo ultimo lascito per i posteri, Blackstar.

L’emozione era una presenza tassativa nel suo modo di esprimersi, era ciò che gli dava l’esigenza di vestirsi in un modo così eccentrico e di uscire dal piattume e dalla monotonia della realtà. In un periodo storico in cui regna in molti il timore di esprimere il proprio “io” e il rimpianto di essersi nascosti dietro alla comodità di uno schermo, forse dovremmo lasciarci ispirare dall’esistenza camaleontica di questo artista e, come lui stesso disse, “tutte le persone, non importa chi siano, vorrebbero aver apprezzato di più la vita. Quello che conta è ciò che fai nella vita, non quanto ti resta o i rimpianti che hai”.

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